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Poi appena il chiaro giorno aveva cacciato le stelle
dal primo Oriente, Enea chiama a raccolta da tutta la spiaggia
i compagni e parla dall'argine di un rialzo:
"Grandi Dardanidi, stirpe dall'alto sangue degli dei,
si compie, trascorsi i mesi, il giro d'un anno,
da quando seppellimmo in terra i resti e le ossa
del padre divino e consacrammo i mesti altari.
Ormai, se non sbaglio, ricorre il giorno, che sempre
riterrò acerbo, ma sempre onorato (così voleste, o dei).
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Il giorno aspettato arrivava e nella luce serena
i cavalli di Fetonte ormai recavano la nona Aurora,
la fama ed il nome dell'illustre Aceste aveva chiamato
i vicini; avevan riempito i lidi con lieto gruppo
per vedere gli Eneadi, parte anche pronti a gareggiare.
Anzitutto i premi son posti in mezzo allo spiazzo
davanti agli occhi: triopodi sacri,verdi corone, palme
come dono ai vincitori, armi e vesti ricamate
di porpora, talenti d'argento e d'oro;
la tromba dall'altura squilla i giochi promessi.
Quattro navi uguali, scelte da tutta la flotta
con remi pesanti iniziano le prime gare.
Mnesteo guida l'agile Pristi con forte remeggio,
presto Mnesteo, l'italo, dal cui nome la gente di Memmio,
Gia (guida) la gran Chimera dalla grande stazza,
costruzione di una città, e la spingono la gioventù Dardana
con triplice spinta, i remi s'alzano con triplice ordine;
Sergesto, da cui trae nome la casa Sergia,
si spinge con la grande Centauro, Cloanto con l'azzurra
Scilla, da cui, o romano Cluenzio, la stirpe per te.
Lontano nel mare c'è una roccia contro i lidi
spumeggianti, che sommerso a volte è colpito da flutti
rigonfi, quando i Curi invernali nascondon le stelle;
con la calma tace, ma se l'onda è immobile si innalza
come una pianura, graditissimo spazio per i caldi gabbiani.
Qui il padre Enea fissò da verde leccio la verde meta
come segnale ai marinai, da cui sapessero
ritornare e dove ripiegare le lunghe rotte.
Allora scelgono a sorte i posti e gli stessi capi adorni
splendono lontano sulle poppe di porpora e d'oro;
il resto della gioventù si vela di fronde di pioppo
e risplende, cosparsa le nude spalle di olio.
Siedon sui banchi, le braccia tese sui remi;
attenti aspettan il segnale, un'ansia pulsante e la tesa
voglia di lodi divora i cuori esultanti.
Poi, quando la tromba squillante lanciò il suono, senza indugio,
tutti scattarono dai loro posti; il grido marinaresco ferisce
i cieli, spinti i muscoli, le onde sconvolte spumeggiano.
Tagliano parallelamente solchi, tutto il mare, battuto
dai remi e da rostri, a tridente si spalanca.
Non così a precipizio in una gara di bighe, i carri
si avventarono sulla pianura, usciti dal cancello,
né, lanciati i gioghi, gli aurighi scossero le briglie
ondeggianti e piegati si tendono nelle frustate.
Allora tutto il bosco risuona all'applauso ed al clamore
di uomini che con impegno tifano, i lidi chiusi risuonano
la voce, i colli percossi dal grido riecheggiano.
Scatta davanti agli altri Gia e scivola sulle prime onde
tra le turba ed il fremito; ma Cloanto
lo insegue, (la nave) di pino, migliore per i remi, ma lenta
per il peso, lo trattiene.Dopo questi, ad ugual distanza, Pristi
e Centauro tentano di raggiungere una miglior postazione;
ora ce l'ha Pristi, ora l'enorme Centauro sorpassa la vinta,
ora entrambe si portano insieme, unite le fronti
e con la lunga carena solcano i guadi salati.
Ormai s'avvicinavan allo scoglio e tenevano la meta,
quando Gia per primo, vincitore, nel gorgo
sgrida a voce il pilota della nave, Menete:
"Dove mi vai tanto a destra? Qui dirigi la rotta;
ama il lido e con la sinistra senza remo stringa la roccia;
altri tengano il largo." disse; ma Menete temendo
le cieche rupi, distorce la prora verso le onde d'alto mare.
"Dove vai fuori corsa?" di nuovo" Tieni le rocce, Menete."
Mentre Gia urlava con grida, ecco vede Cloanto,
che incalza dietro e si tiene più vicino.
Egli tra la nave di Gia e le rocce sonanti all'nterno
rasenta il passaggio sinistro e subito sorpassa
il primo e, lasciate le mete, ottiene il mare sicuro.
Allora davvero al giovane un forte dolore bruciò
nelle ossa, ne le guance mancaron di lacrime e dimèntico
del suo onore e della salvezza dei compagni sbatte
il lento Menete a capofitto dall'alta poppa in mare;
egli come pilota subentra al timone, egli da nocchiero
esorta gli uomini e gira la barra ai lidi.
Ma pesante, come appena a stento si riprese dal fondo,
Menete, già vecchio e grondante per la veste inzuppata
si dirige in cima allo scoglio e si sedette sulla rupe asciutta.
Ne risero i Teucri, quando cadeva e nuotava, ne ridono
mentre vomita dal petto i flutti salati.
Allora per gli ultimi due si accese una lieta speranza,
per Sergesto e Mnesteo, di superare Gia che s'attardava.
Sergesto prende prima il posto e s'avvicina allo scoglio,
ma tuttavia egli non è primo, perché la nave non sorpassava
tutta, in parte è primo, in parte l'emila Pristi preme col rostro.
Ma Mnesteo in mezzo alla nave andando trai compagni
esortava:"Adesso, adesso forzate coi remi,
compagni di Ettore, che io scelsi come compagni nell'estrema
sorte di Troia; adesso mostrate quelle forze, adesso quegli spiriti,
di cui vi serviste nelle getule Sirti
e nel mar Ionio e nelle onde incalzanti di Melea.
Io Mnesteo non chiedo i primi premi né voglio vincere,
benchè, oh..Ma vincano, Nettuno, quelli cui ciò concedesti;
sia vergogna esser arrivati ultimi: in questo vincete, cittadini,
ed evitate il disonore". Essi buttano al massimo
della gara: l'aerea poppa trema per i forti colpi
il suolo (del mare) si toglie di sotto, poi un frequente anelito
scuote le membra e le aride bocche, ovunque il sudore scorre a rivi.
Ma proprio il caso portò agli uomini il desiderato onore:
infatti mentre Sergesto furente nel cuore all'interno
spinge la prora alle rocce e s'mmette in spazio sfavorevole,
sfortunato s'incagliò nelle rocce sporgenti.
Le rupi si scossero ed i remi puntati sullo scoglio aguzzo
si spaccarono e la prua schiacciata restò sospesa.
S'alzano i marinai e tra grande schiamazzo si fermano
prendono pali ferrati e pertiche dalla cima appuntita
e raccolgon nel gorgo i remi spezzati.
Ma lieto Mnesteo più forte per lo stesso fatto
con la veloce schiera dei remi ed i venti invocati
si dirige sui flutti distesi e corre sul mare aperto.
Come una colomba improvvisamente cacciata da una caverna,
che ha la casa ed i dolci nidi nell'oscuro sasso,
si porta volando sui campi ed atterrita nell'interno
dà un gran battito di penne, poi scivolando nell'aria quieta
sfiora il limpido corso e muove le celeri ali:
così Mnesteo, così la stessa Pristi in fuga taglia gli ultimi
flutti, così la stessa foga la porta in volo.
Ed anzitutto lascia sull'alto scoglio Sergesto
che lotta e che invano nei bassi fondali invocava
aiuto e tentava di correre coi remi spezzati.
Quindi raggiunge Gia e la stessa Chimera
dalla gran stazza; cede, perché è privata del pilota.
Ormai resta da solo Cloanto sullo stesso arrivo,
ma lo cerca e lo incalza spingendo con tutte le forze.
Allora davvero si raddoppia il grido e tutti incitano
l'inseguitore col tifo, il cielo risuona d'applausi.
Questi si irritano se non ottengono il proprio onore
ed il premio guadagnato, voglion scambiare la vita col premio.
Li anima il successo: possono, perché credon di potere.
Forse avrebbero preso i premi, pareggiati i rostri,
se Cloanto tendendo in mare entrambe le palme
non avesse offerto preghiere e chiamato gli dei in aiuto:
"Dei, che avete il dominio del mare, di cui corro i mari,
io, lieto, vi dedicherò su questo lido un toro davanti
agli altari, fedele al voto, getterò nei flutti salati
le viscere e verserò limpidi vini"
Disse, e sotto i flutti profondi lo udì tutto il coro
delle Nereidi, di Forco e la vergine Panopea,
e lo stesso padre Portuno con la gran mano lo spinse
ad andare: quella più celermente di Noto ed alata freccia
fugge a terra e si ritrasse nel porto profondo.
Allora il figlio d'Anchise, chiamatili tutti, secondo
costume, con la gran voce dell'araldo dichiara vincitore
Cloanto e gli vela le tempia di verde alloro,
concede di scegliere i doni per le navi, tre giovenchi ciascuna,
e portare vini ed un pesante talento d'argento.
Agli stessi capi aggiunge particolari premi:
al vincitore una clamide d'oro, che una lunga porpora
melibea circonda attorno con triplice orlo,
c'è ricamato il regio fanciullo sull'Ida frondosa,
spietato stanca veloci cervi con freccia e corsa,
simile ad ansante, ma lo rapì in alto dall'Ida il veloce
armigero di Giove con piedi uncinati;
gli anziani custodi invano tendono le palme
stelle, il latrato dei cani abbaia contro le stelle.
Ma chi poi ottenne il secondo posto per coraggio,
a costui concede di avere una triplice corazza intessuta
d'oro e con tre ami, che lui vincitore aveva tolto a Demoleo
presso il rapido Simoenta sotto l'alta Ilio,
come onore e protezione in armi per un eroe.
A stento i servi Fegeo e Sagari la portavano
sforzandosi sulle spalle, ripiegata; un tempo Damoleo,
rivestitone, inseguiva di corsa i Teucri sbandati.
Offre come terzi premi due bacili di bronzo
e coppe d'argento lavorate e sbalzate con figure.
Ormai così tutti premiati se n'andavano superbi coi doni,
recinte le tempia di nastri purpurei,
quando strappatosi a stento con molta fatica dallo scoglio
crudele, Sergesto, persi i remi, debole per un solo ordine,
conduceva una barca derisa, senza premio.
Quale spesso un serpente sorpreso in un argine di strada,
che una ruota di bronzo trapassò di traverso o un crudele
viandante lasciò mezzo morto e ferito da un colpo con un sasso,
invano fuggendo dà lunghi contorsioni col corpo,
in parte fiero e ardente con gli occhi e dritto alzando
i colli sibilanti; la parte storpiata dalla ferita trattiene
lui che s'ntreccia con nodi e si ripiega nelle sue membra:
con tale remeggio la nave si muoveva lenta;
tuttavia spiega le vele ed a vele piene raggiunge i porti.
Enea lieto per la nave salvata ed i compagni ricondotti
premia Sergesto col dono promesso.
Gli è data una schiava non ignara dell'opera di Minerva,
Foloe, cretese di stirpe, due figli gemelli al seno. |